Dispaccio da Belgrado

La neve sta cadendo lentamente e costantemente sulla città. Il freddo pungente penetra nelle ossa. Una condizione questa che potrebbe impedirti di dormire e anche se ci riuscissi non sai se ti sveglierai il giorno dopo.

È una sensazione insolita, come essere tornati indietro nel tempo, aver già visto e vissuto gli orrori che avrebbero dovuto sparire ed essere sepolti in una tomba per sempre. A Belgrado la vita sembra scorrere nella normalità.

Il mio arrivo alla stazione degli autobus è stato come un pugno allo stomaco; tutto accade in pieno giorno; non c’è niente da nascondere. È semplicemente davanti agli occhi di un mondo che sta guardando immobile mentre il prossimo congela in questo inferno siberiano.

Sono edifici fatiscenti e abbandonati privi di servizi igienici dove le condizioni igieniche sono proibitive. Il lungo corridoio che collega i due blocchi principali è utilizzato come servizio igienico esterno. Detriti, sporcizia e immondizia sono ovunque. Riuscire a vivere in queste condizioni senza viveri di prima necessità persone che si fanno la doccia, riscaldando l’acqua con il fuoco alla ghiaccio.

Non ci sono donne tra gli immigrati: solo pochi adolescenti. Il viaggio era pieno di pericoli nascosti, sofferenza e dolore. Non solo dolore fisico, come nel caso del giovane Mohamed Sami che aveva appena compiuto 18 anni. Un tempo originario del Pakistan, Sami viveva in una zona rurale e montuosa del Paese. Non ha scelto di lasciare la sua patria, ma ha dovuto prendere la decisione di restare e rischiare la vita o cercare di raggiungere la Germania in cerca di nuove possibilità di vivere. Prima di intraprendere questo viaggio, Sami era uno studente universitario in informatica.

“Sono fuggito dal mio paese perché io e la mia famiglia avevamo un problema con i terroristi, affiliati ai talebani. Sono arrivato a Belgrado attraverso il confine con la Bulgaria, dove sono stato arrestato, sono stato spogliato e privato di tutto ciò che avevo: i miei vestiti, pochi soldi che avevo con me e il mio cellulare. Il mio obiettivo è raggiungere la Germania”.

Sfortunatamente Sami ha perso uno dei suoi fratelli in uno scontro a fuoco nella sua terra natale. Ha lasciato la sua famiglia in Pakistan. Il suo viaggio è iniziato sei mesi fa e non è ancora terminato.

Non sa quando e come potrà lasciare Belgrado, diversi suoi connazionali si trovano nelle stesse condizioni, come tanti altri ragazzi afgani. Giovani di 14, 15 o 16 anni che tentano la fortuna e lasciano famiglie e fratelli per affrontare un’odissea senza fine. Un viaggio pieno di insidie e da squali affamati pronti a sfruttare la loro vulnerabilità e sofferenza.